Ci diranno 

Ci diranno di non credere  

ma noi crederemo. 

Ci diranno che il bene non esiste 

ma noi lo cercheremo comunque 

e ci batteremo per esso 

Ci diranno che nulla cambia

ma noi dimostreremo che tutto muta 

che anche il caos può divenire armonia 

Ci diranno che niente torna 

ma noi affermeremo che tornano i fiori su questi prati

che tornano le stelle in questo immenso cieli

Ci diranno di essere altro 

ma noi saremo noi stessi 

e diremo che abbiamo voluto la solitudine per ottenere l’indipendenza.


E allora noi saremo veramente liberi.

Vi annuncio che ho aperto un nuovo blog di tipo opinionistico, Vivi Pensando  nel quale tratterò di attualità, politica interna ed estera e di cultura. In questo blog posterò solo i miei racconti, le mie poesie e stralci di scrittura. 
Qui per il nuovo blog Vivi Pensando

Il Viaggio della Memoria: testimoniare ciò che è stato

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Si dice che la violenza sia insita nell’uomo, che sia parte imperfetta dell’umanità ma, quei fatti accaduti tra il 1939 e il 1945, corrispondenti allo sterminio denominato Shoah o Olocausto, sono oltre a ciò che è umano e i sopravvissuti hanno dato le loro testimonianze che sottoscrivo per il dovere che mi è stato dato ed è stato ricevuto a chi ha affrontato quest’oggi il viaggio della memoria: testimoniare ciò che è stato.
Il principio del disastro furono i ghetti: uno dei primi fu quello di Cracovia (in Polonia). Delimitato dalla città da due barriere naturali, che sono il fiume Vistola e uno strapiombo vicino a un asilo, costudisce l’inizio drammatico testimoniato dalle molteplici storie. Il ghetto appare come un quartiere normalissimo di una qualunque grande città, palazzi, negozi e famiglie che trascorrono la loro quotidianità, eppure quelle mura, quelle costruzioni non trasmettono quiete né serenità bensì una sensazione di pesantezza, di una malinconia percepita dall’anima. Come un carcere, gli ebrei che vivevano lì non avevano possibilità di uscire, erano prigionieri senza colpe quando passeggiavamo per le loro familiari strade dovevano guardarsi le spalle, tenere lo sguardo basso perché i generali nazisti, spesso, sparavano e uccidevano uomini di cui non conoscevano il nome né le colpe solo perché gli era stato ordinato, poiché non avevano coscienza ma solo malignità. Nonostante ciò, nel ghetto lavorava il primo Giusto fra le nazioni, un farmacista, Tadeusz Pankiewic, che aveva deciso di rimanere nel ghetto per lavorare nella sua farmacia con l’intento di poter aiutare gli ebrei portando loro medicine, cibo e cercando di farli uscire, usando la scusa del «gli Ebrei mi rovinano il business» abbindolando le SS per poter rimanere senza indurre sospetti. La farmacia si trova dove ora c’è la Piazza delle Sedie, chiamata così poiché sono allestite delle sculture in piombo, appunto, a forma di sedie: l’artista si è ispirato a una fotografia la quale raffigurava una bambina che portava con sé una sedia della sua scuola, ubbidendo agli insegnanti che avevamo ordinato di portarsi nel ghetto le sedie e i banchi della scuola così da costruire una nuova aula, gli insegnanti non hanno fatto altro che rassicurare i bambini, ricreando un ambiente familiare e affinché non perdessero lo studio, la conoscenza che è coscienza e coraggio. Nel ghetto c’era un asilo che è stato, purtroppo, anche ospite di una delle più grandi tragedie, ovvero l’uccisione dell’innocenza: la fine della speranza; una sera, i soldati nazisti andarono in quell’asilo per prelevare tutti i bambini (i genitori molto giovani li lasciavano all’asilo durante la giornata mentre erano a lavorare) per portarli nel bosco dietro dove c’era lo strapiombo, uno dei confini del ghetto, e lì compirono una delle più atroci azioni: li fucilarono. La morte di quegli innocenti era stata decisa per il bieco motivo che la loro perdita potesse limitare la volontà degli Ebrei di combattere, di vivere e sperare. Era oppressione, togliere tutto anche i bambini per non avere più nessun affetto a cui aggrapparsi. Quel luogo ora è un parco giochi circondato da uno strapiombo che pare voler caderti addosso. È surreale e mostruoso e io ho posto i miei passi lì, in quella quiete che era stata eco degli spari omicidi.
Il ghetto si poteva considerare la prima stazione di quel treno che ha condotto migliaia di innocenti alla fine, ai campi di concentramento. Questi si dividono in tre tipologie: campi di lavoro, campi di concentramento e di sterminio (quest’ultimi presenti solo in Polonia). Il sistema di campi di Auschwitz (Auschwitz 1, Auschwitz 2 o Birkenau, Auschwitz 3 o Monowitz) è di quest’ultima tipologia.
Auschwitz 2 o Birkenau, 120 ettari di sciagura delimitato dal filo spinato (elettrificato a 40 Volt), è uno dei più vasti campi di concentramento e di sterminio. Gli Ebrei, i criminali politici, i Testimoni di Geova, i Rom e i Sinti, omosessuali e asociali venivano deportati, come è risaputo, per la ferrovia che si estende oltre l’entrata del campo ammassati dentro i vagoni merci. Ce ne hanno mostrato uno: più che una vagone pare una grossa scatola di legno, ammuffito, senza aperture se non qualche foro. Lì dentro ci avrebbero dovuto trasportare merci come cibo o pacchi postali invece venivano ammassati decine di persone, senza cibo e acqua. Anche non entrandoci. Osservandolo dall’esterno si percepisce il senso di claustrofobia, l’istinto di sgomitare per recuperare il proprio spazio, per respirare, per vivere erge dalla ragione, la sensazione si perdere il respiro sembra reale. Birkenau è impressionante anche solo osservando l’entrata: immenso nella nebbia perenne, pare che la luce non lo abbia mai illuminato, il grigiore che aleggia in quella zona è il dolore immenso di tutte quelle donne, quegli uomini, quei bambini e quegli anziani che hanno patito e che ancora adesso percepiscono nel cuore, come i sopravvissuti Sami Modiano, Tatiana Bucci e Piero Terracina, che troppo giovani hanno conosciuto tutto il male dell’umanità. Birkenau diviene l’inferno in terra, non tanto per come si mostra ma per i racconti di chi ci è stato che sembrano materializzarsi in quei luoghi. Sami che a quattordici anni ha dovuto vedere il padre sottostare alle violenze dei nazisti, che ha dovuto patire il freddo, la fame, il lutto per la morte di suo padre e della sorella. Tatiana che ancora bambina ha visto tutto il suo mondo crollare, la sua infanzia andarsene via e di dover crescere troppo in fretta. Piero che ha visto tutta la sua famiglia andarsene poco a poco, essere ripudiato dal proprio Paese e dalle persone che conosceva per poi ritornare solo e senza nulla. Toglievano tutto: i propri beni, la propria identità, il proprio nome e la dignità e chi non era abbastanza forte o necessario (anziani, malati e donne incinte) per divertire il sadismo di quegli uomini che uomini non sono, veniva direttamente ucciso nelle camere a gas. Chi invece lo era, veniva portato alla Sauna, un edificio in cui levavano tutto e i deportati venivano registrati.
Di legno erano le baracche dove dormivano gli uomini, nel lato destro, di muratura quelle delle donne, nel lato sinistro. 52 cavalli avrebbero dovuto stare nelle baracche invece dormivano oltre 209 persone! I bambini rimanevano soli assieme una donna che se ne occupava circondati dai disegni realizzati dagli adulti per allietare quei lunghi giorni senza sole e quelle lunghe notti su letti di cemento o legno senza sogni. Gli uomini che cercavano fra le donne, in lontananza, un viso familiare, la propria madre, moglie, figlia, sorella, le donne che cercavano il proprio padre, marito, figlio, fratello e resistevano semplicemente per ricordarsi di essere persone e non bestie come erano trattati. Chi si faceva forza o chi si abbandonava, chi si ripeteva la Divina Commedia (come Primo Levi) per ricordarsi di avere dignità e ragione o chi si lasciava trasportare dall’istinto. Così tante persone che non ci si rende conto di quante sono state dai numeri stampati sui libri ma dai ricordi che hanno lasciato, dei loro resti, dei loro vestiti. Ad Auschwitz 1, infatti, sono state allestite delle teche contenenti i beni dei deportati contenuti, allora, nella baracca Canada (il nome rimandava alla ricchezza come lo era, appunto, quel Paese). Questo secondo campo differisce da Birkenau per le strutture ma non diverse le sofferenze; è più piccolo (sono circa 12 ettari) e precedentemente era stato una caserma infatti lo si può notare dagli edifici a due o tre piani di muratura nei quali dormivano i deportati. Ora all’interno ci sono delle mostre dei beni ritrovati, camere intere che raccolgono occhiali, valigie con le firme dei proprietari, scarpe, abiti, creme, spazzole e persino capelli ancora pettinati o intrecciati con i nastri. Centinaia, migliaia, ogni oggetto rappresenta una persona viva o morta che è stata lì dentro e a me sembrava che per ogni di quegli oggetti si materializzasse chi la possedeva, ed erano così tante. C’erano anche fotografie: ragazzi e ragazze che sorridevano, famiglie in posa e ritratti delle persone care. Persone normalissime che hanno vissuto, amato, gioito e pianto, che hanno avuto una loro storia, le proprie idee e memorie che ora sono svanite perché qualcuno aveva deciso che doveva essere così. Qualcuno di così marcio si è preso il diritto di decidere chi doveva vivere o morire di malattie o di fame, fuciliate o nelle camere a gas. Camere a gas che non avevano parvenze di una doccia piuttosto di un magazzino, un parallelepipedo di cemento dove quando si entra non si riesce a respirare, non c’è luce se non dalle lampade o da quella filtrata dai fori di uscita nei quali veniva inserito il gas Zyklon B, sassolini grigio-verde dalla parvenza innocua che venivano fatte riscaldare per trasformarle in sassolini mortali. Un corridoio dalle pareti grigie che raccoglieva centinaia di persone ammassate addosso l’un l’altra, che a malapena riuscivano a dilatare i polmoni. Non sembra però una doccia, come viene spesso raccontato, i soffioni ci sono ma si scorgono a malapena e sono ossidati e l’atrio con il pavimento di legno marcio incute timore. Si comincia a tremare solo stando dinnanzi l’entrata, anche l’odore dell’aria è diversa, pesante e acida come lo è il cielo, smorto e incolore. Incolore è anche la stanza dei forni crematori, dall’altra parte, nel quale si trovano tre forni crematori piccoli e poco profondi e arrugginiti, il muro sovrastante è ancora nero per il fumo.
È in questi luoghi che ci si rende conto della violenza e la pericolosità dell’indifferenza, di ciò che comporta il non sapere e il non denunciare, il silenzio e il cinismo. Questi viaggi sono organizzati non solo per conoscenza di nuovi fatti storici o per comprendere il dolore dei deportati ma per capire il dovere di non stare in silenzio di fronte alle violenze, di non sottostare a regimi oppressivi credendo a ogni cosa che viene detta, senza criticare e indagare. I sopravvissuti ci hanno passato il testimone, ci hanno dato la responsabilità di portare avanti e rendere eterni quei ricordi, quelle storie, non solo per noi ma per un futuro il migliore possibile. Un futuro in cui non deve succedere MAI PIÙ!
Viviana Rizzo